I DISPERATI DEL MARE “E’ MEGLIO MORERE NEL TENTATIVO DI CAMBIARE, PIUTTOSTO CHE SUBIRE I SOPRUSI E GLI STENTI DELLA VITA”

 

Così testimoniano i disperati del mare.

Cosa vengono a ricordarci?

Ci rammentano che esiste un dramma insolvibile con le tragedie a cui vanno incontro, già disperati nella loro terra, per giungere a noi. Ma non possiamo assistere a questa continua strage di vite umane, guardata talvolta con indifferenza e senza un minimo di comprensione. Perché da un lato è evidente che non possiamo accogliere quanti nei loro Paesi non hanno speranze di vita, e tanto meno di futuro, ma il cinismo dei governanti e l’indifferenza delle opinioni pubbliche sono palliativi riguardo il flusso migratorio.

Continueranno ad arrivare. Le torture, le sevizie, le frustate non li fermano. Il deserto, le montagne, la sete e la fame non li spaventano. E nemmeno il mare: anche se sanno di poter rimanere sul suo fondo per sempre, pensano che “per sempre” sia meglio che “mai”. Le leggi e i decreti scritti contro di loro non tarpano le ali dei loro sogni. I ricatti, gli sfruttamenti, i respingimenti non smorzano il loro disperato coraggio. E nemmeno l’odio: se lo prendono addosso senza lamentarsi, con la non violenza dell’indifeso. Allora dobbiamo andare a prenderli con le nostre navi militari; dobbiamo proteggere il loro viaggio e la loro pace; dobbiamo sottrarli alle carestie, ai conflitti, ai soprusi. Non abbiamo tanto tempo e le nostre lacrime e le nostre guerre, dopo, non serviranno a niente E’ un dovere di umanità, il nostro, e farà bene prima a noi che a loto. Che tanto continueranno ad arrivare e a sperare.

Giornalista Paolo Izzo (dal giornale La Repubblica)

 

Parole coraggiose che ci aiutano a guardare il mondo con gli occhi che ci indica Papa Francesco. Il paese più vicino all’Africa è l’Italia, in particolare l’isola di Lampedusa: solo che in mezzo c’è il mare, veramente tanto mare. Sono migliaia negli ultimi ai le vittime ripescate tra le onde del Canale di Sicilia e altrettante migliaia i dispersi. I disperati di solito partono con pescherecci fradici, marci, o gommoni quasi sgonfi, direzione Lampedusa, il porto più vicino. A Lampedusa, da anni, arrivano ogni giorno centinaia di emigranti, di varie etnie. In più ci sono i cadaveri recuperati fra le onde che vengono sepolti tra il vecchio ed il nuovo cimitero: parecchie croci senza nome, una tomba dietro l’altra per sfortunati di tutte le razze e religioni. I sopravvissuti raccontano che stanno fuggendo da guerre sempre più feroci, da Paesi in cui non si può immaginare un futuro. Hanno bisogno di tuto, anche di aiutarli a ripartire, per cercare in altre nazioni una nuova vita e nuova speranza. Per il momento cerchiamo di cancellare dai loro occhi l’orrore del viaggio che hanno appena affrontato. Così, almeno, potremmo ritrovare i principi fondanti della nostra civiltà.

Annamaria Marcadella

(consultazione da internet)